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Ballava come sottile insostenibilità. 

 

Il respiro era fermo e soltanto gli aneliti rapiti di un pubblico attonito fendevano immobilmente l’aria.
Danza di nuovo, eterna prigioniera dello specchio che ti guarda dalla prima volta che ti animasti incerta e ancora bambina.
Danza, finché non sentirai le gambe cedere e il sorriso abbandonarti.
Danza, perché voglio sapere che ascolterò la tua musica ogni volta che aprirò la scatola di cedro.
E quando sarai stanca,
danza
e non domandarmi di lasciarti andar via o mi uccideresti un’altra volta
e mille ancora.
 

Quello in cui l’uralica foresta smette di ardere, quello in cui il bambino chiude gli occhi, tira un profondo respiro e comincia a versare lacrime d’infante, quello in cui l’onda svergognata metafora si infrange  sulla rena e cancella le orme, quello in cui il faro sprigiona la sua luce e le ultime barche tornano al porto, quello in cui il gabbiano in picchiata fende i flutti e cattura una preda distratta.
E’ quello l’attimo.
Quello in cui il sole diviene abbastanza debole da condividere il cielo con la luna.

Una goccia del mare vorrebbe sempre vivere negli abissi.
L’irrequietudine della superficie la costringe troppo spesso a evaporare e trasc
endere alle nuvole dove per tirannica condensazione e infida sorte sarà costretta a ricongiungersi al mare. O ancor peggio alla vile terra.

Se albero, fragile canna schiantata da un iperbolico vento.
Se roccia, scoglio, vittima predestinata a una millenaria erosione ma pericolosa lama per chi ignora l’equilibrio.
Se acqua, volgare pozza sull’asfalto, condannata a infangare un affrettato passante.
Se fuoco, unica imperfetta fiammata della testa vermiglia di un fiammifero.
Se aria, ultimo pasto di un colerico respiro. Se stella, già esplosa ma ancor ingannevolmente visibile dalla terra.
Se nuvola, triste nembo imbevuto di pioggia.

Una stordita realtà assetata di clorici pensieri grondanti di sodio.

Quando l’azzurro incontra il tramonto e le vette innevate nel ciano di bronzei monti lontani si tingono di porpora esplode il desiderio del buio.
E’ nero, intenso, profondo, inesauribilmente contrario alla vita.
Il buio è popolato da piccole luci avorio e non c’è nuvola bianca o vento trasfigurato di indaco capace di sconfiggerlo. E’ violento come il cobalto e chiede il carminio sangue dei vinti.
Trasuda aromi di inferni lontani, magenta, cremisi e scarlatto, impazzisce di vermiglia follia e crudelmente ricorda che tutto ciò che è stato rubino ora non è che fragile ambra.
E’ blu ed è notte.

Ma tornerà un nuovo giorno, prendendo il pallido rosa di una nuova vita per mano, e governerà incontrastato il giallo del sole; il verde acido delle colline speziate di floreali arancioni sorriderà al turchese di due splendide iridi e l’ocra della terra, di Siena bruciata, che di marrone è brunita verrà calpestata dai passi granata di questi uomini lavanda, erranti viaggiatori bordeaux tesi tra la bellezza del viola e l’inconsistenza dell’ardesia. Chartreuse.

Poi sarà ancora ametista, ceruleo e celadon.

Ma ricorda, nulla potrà mai giustificare o eclissare l’argentea bellezza della luna.

La bellezza viveva all’angolo di una strada. Era vestita di poveri stracci ed era seduta a terra.
Davanti ai suoi piedi una minuscola ciotola in cui risplendevano pezzi di povero metallo illuminati dal sole che unico aveva coraggio di carezzarla.
Avvolta dal disprezzo e dalla compassione dei passanti giaceva orgogliosa sul selciato aspettando di mostrare il suo magnifico sorriso.
La città le correva davanti, troppo intensa e veloce per notarla.

Giunse la notte ed era ancora lì, da sola.
Stanca dell’incapacità dell’uomo di trovarla dietro le sue prime sembianze, si spogliò delle misere vesti e si mostrò in tutto il suo splendore. Ma nessuno poteva allora ammirarla, perché era ormai buio.
Decise allora di volar via e di infrangersi in tanti piccoli cristalli che ricaddero sulla terra.

Fu così che nacquero i poeti e che la bellezza vive ancora attraverso i loro occhi

Sta tramontando e nessuno la convincerà a tornare indietro.

Soltanto una volta l’avevo vista immergersi al di là del mio sguardo, cerea e incerta, addormentata in un’esistenza divelta dalle illusioni. E già allora sapevo che non ci sarebbe stato alcun modo per trattenerla.

Così quel giorno scelsi di correrle dietro inseguendola fino in capo al mondo, scavalcando torrenti e valicando monti dalle cime innevate. Correvo e lei era ancora lì davanti a me, pronta a scomparire. Fermarmi a riposare avrebbe significato perderla. Correvo, senza che la fatica mi toccasse o il dolore riuscisse a vincere il desiderio.

Corsi fin quando non terminò la curvatura del mondo e mi ritrovai dove non esistono né albe né tramonti.

Fu lì che vivemmo, immersi nel riverbero del suo sfolgorante manto ancestrale senza badare al tempo che ci incalzava, senza preoccuparci di ciò che sarebbe stato e senza la paura di svegliarsi un mattino e scoprire che non c’era nulla per cui sorridere.

Eri Tu, ed ero io.

Era una luce, limpida e incorruttibile.

Ma ora, che ti accingi di nuovo a scomparire da quell’orizzonte che non avevo più scrutato, un rinato vuoto assorbe ogni cosa, ed è così che disarmato e abbandonato giaccio, le membra irrigidite da un freddo ambizioso.
Anche la vista sta per sbiadire ma poco importa, tra non molto sarà notte e sarai andata via.

Hai deciso di  sacrificarti Bellezza,
affinché viva di un ricordo di cui ora,
al volgere di questi giorni felici in fango e miseria,
non ho ancora memoria.