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E’ incosciente il delirio di un arpeggio stonato.
Ascolta quell’assurdo vociare e convulso dilaniarsi di pensieri cantati da un saltimbanchi vagabondo.

Sono tante piccole luci, sparse su un velo muto di peccato e dissolutezza.
Ti perderai giovane poeta perché rifugge da te la nota in grado di creare una pungente e luminosa alchimia di favole belle.

E’ un gioco antico e maledetto, senza vittoria o conclusione: soltanto un amaro sfogliare pagine vuote.

E’ così che piangerai, rapito da un racconto che nessuno ha ancora scritto.

Poeta, sei la mia triste bolla di sapone.

Incapace di decidere da solo quando esplodere attendevi che fosse il vento a regalarti un ultimo volo.
Eri certo che nessuno avrebbe mai forato con spina crudele e fragile mano la tua superficie perfetta figlia del sole.

Ma il vento, cieco assistente del Fato, ti condusse tra le mani di chi ti colpì con lama avvelenata.
Fu così che scopristi il tuo vuoto interiore, pallida trasparenza nella luce.

Milioni di scintillanti e inafferrabili frammenti ormai sono fuggiti seguendo le leggi del caos.

Tu poeta, perdesti il senno e con esso la fredda lucidità della vista, rapito dalle stesse parole che credevi tue intime consigliere.

Ora non sei.

Dovrai attendere di nuovo quel demiurgico soffio vitale in grado di plasmare la tua forma.

O non sarai più.

Tanto è il dolore di un delirante e asimettrico tradimento della morte.

E tu che per l’incanto della fiamma
componesti questo dannato spartito
guarda ora questo fuoco, ideogramma
per un pensiero che nato, è svanito.

Perditi e consola il tuo pianto,
di un’emozione aspettando lo iato,
con quel che è stato il triste canto
di un Cyrano dal cuor tormentato.

Bianca tela che cerca il colore,
vivi nell’improbabile speranza,
che divenga soffio l’amaro vento

e scompaia dai tuoi occhi il dolore,
giogo di un arpeggio troppo lento,
che stonato fermerà la tua danza.

Per te Rossana, che infrangi in cristalli di luce la mia inconsistente attesa.

“Questo poeta credi si innamorerà mai?”

Non lo so amico mio. A volte crede di aver sempre amato, a volte di non averlo fatto mai.
Un istante ne avverte fervida la necessità ma quello successivo è fatto di perdizione e rapimento.

Si perde il poeta, perché guarda il mondo e nel mentre guarda al di là di esso. Inchioda il tempo ai suoi pensieri perché non trascorra troppo in fretta e lasci cadere nel vuoto ciò che non ha potuto ammirare.

Si innamorerà il poeta perché da qualche parte troverà un’immagine capace di scivolare silenziosa e lucente nel mare infinito delle sue ingannevoli illusioni.

E quel giorno la poesia tornerà a danzare perché quel giorno avrà finalmente incontrato la sua musa.

Ora il poeta guarda silenzioso.

E’ in attesa che la bellezza venga a cercarlo perché solo nei suoi versi può aspirare all’immortalità.

Sfiorisce.
 

Abbandonata a un incessante fluttuare e lacerata tra l’aspirazione all’eterno e il gusto del peccato, giace inerte la ballerina, sognante arabesco per la catarsi di un mistero appena sfiorato.

La musica tace e le luci, vetuste glorie per nuove cortigiane, proiettano vergini ombre, sulle mute mura di un vecchio antro pagano.

Come un amaro raggio impazzito guarda la scena il poeta, aspettando soltanto che esploda la fiamma e tutto ritorni nell’erebo dove i demoni del suo spirito banchettano alla tavola di un dio che nascendo si è votato a una sconosciuta passione.

Ora dormi, e al tuo risveglio calpesterai l’infinito.
 

Di uno stilo ha fatto il suo pennello e delle parole i suoi colori.

E si diverte, le mescola in incredibili forme consegnando a ogni suono un’immagine affogata nella luce.

Inanimata aspirazione di ignoti funamboli caduti in una gola ferita da una mano assassina, non reprime la geometria della logica perché soltanto da essa può nascere il germe assetato della follia.

Come Clizia per Apollo divenne girasole, lui, per una notte di ortorombici incubi, trasfigura nella diabolica visione di un giglio velenoso.

Rapidi e sfumati sono i passaggi sulla tela, che inerme osserva la sua verginità sfiorire al plenilunio del tredicesimo mese.
Ferma è la sua mano mentre la mente vacilla, stordita da un dardo infallibile che per ferrea fatalità  ha colpito la fumosa cenere di un tossico silenzio.

Sottile e volubile, ricorda le sue mistiche pupille che smettendo di ingannare uno stranito giorno di neve sono sprofondate in un’antica profezia.
 

Questa penna si è infranta.
Spezzata, schiantata, squassata, sfondata, sfasciata, stroncata e infine spuntata.

A dirla tutta avrei potuto salvarla ma la tragica dipartita di una penna è fatto assai raro e inusuale.
Lo considero un onore averla vista rendere l’anima a Dio.
Sì, è maiuscolo sciocchi saccentoni: il Dio delle penne, l’unico che non esige preghiera.

Avvizzita.
Ecco com’era l’ultima volta che l’ho incontrata.
Eh già, a volte la mia penna si comportava come il naso del povero Kovalev.
Mi abbandonava e se ne andava a spasso.

Ma or che stai morendo, che troppo a lungo ti ho lasciato seccare senza nutrirti di pallida carta, non riesco a fermare le lacrime.

Oggi è appassita una penna e si è spenta un’idea.

Mi mancherai cara amica.