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Derelitte nell’asincronia di solforici aromi del deserto,

sincopate latitudini della coscienza respirano il nadir dell’instabilità

con l’assiomatica follia di chi solo sa guardare.

Veggente artificio retorico per un velo di artici freddi,

esploso in un’assolata mattina di giugno

e finale parisillabo per un gioco di versi sciolti

nell’acido di una rima.
 

Libera creazione di un artista maldestro
impazzisci al suono di un’arpa nata per uccidere Dio.

Sfida l’ignoto che è nel silenzio di un palco su cui nessuno ha mai recitato.

Cerca la bellezza nel rumore.

Muori dopo aver respirato tutta l’aria del mondo.

Allora sarai certa di aver vissuto.
 

Fu nel buio di una candela che ti incontrai.
E fu soltanto allora che riuscii a vedere ciò che gli uomini precludono a se stessi.

Avvolto da un’isterica luce fatta di tenebra avanzavi immobile.

Scopri i tuoi occhi stillicida assassino dei miei giorni, e mostrami cosa si nasconde dietro la perfetta superficie delle cose.

Raccontami quel che ho vissuto perché non cada di nuovo e ricordami quel che sono stato in modo che non mi ripeta.

Aiutami a distruggere la chimerica corolla di ingannevoli finzioni insoddisfatte che padrone mi coprono la libertà del pensiero.

( Nudo su una scogliera di cristallo aspettando che si infrangano i flutti di una stregata aggressione alla vita, io attendo.
Lascivo ottetto di fragorose ambizioni non muoio per la puntura di un disperso naufragio protonico.
Non ti lascerò fuggire perché voglio sapere)

Dimmi quindi chi sei lacerante ossessione che maliarda riveste ogni cosa.

Fa che possa al fine comprendere il senso del respirare o del guardare l’incessante orbitare di una cometa millenaria.
Plasma primordiale graffiato dall’impossibilità della certezza, concedimi di conoscere il tuo nome così che possa urlarlo alla devastante solitudine del deserto che sento esplodere dentro i miei vuoti.

Sono giunto da te mistico liutaio della fragilità.
Lascia che guardi nel tuo buio e veda le tue sembianze, imprevedibile mio demone.

E me lo concedesti certo che avrei vissuto il peggiore degli incubi.

Scorsi infatti la più terrificante delle maschere.

Era il mio Volto.
 

 

Come in un cosmo invertito dove la curvatura della terra è divenuta l’infinità dello spazio.

Qui, incolpevole e fragile apprendista di un sottile e truccato gioco di  prestigio, guardando la luna credi che la luce, di cui splende pallida e viziosa, sia sua.

Allora, infettato dall’ingannevole canto e dal più squisito degli aromi, inonda di immagini tristi, buie e volgari i tuoi pensieri e i tuoi sogni.

Spegni con mano crudele ogni scintilla di incanto e nutri le fiamme del tuo rogo con la purezza del tuo sentire.
Inesatto, divino, cesareo, pugnala il tuo spirito con la stessa crudeltà con cui l’hai sempre protetto.

Infine bacia il tuo riflesso all’ombra di un  siliquastro in fiore: come Giuda hai venduto la tua anima per trenta denari.

Ma non hai tradito un uomo o un’idea, hai truffato la tua immagine ed è te che Noia e Dolore vengono a cercare per consegnarti al vento del Golgota.
 

Oppure.


Scegli l’aria e avvelenala: il suo essere necessaria  troppo spesso le permette la leggerezza e la limpidezza del fango.  E non privarti della visione di ciò che dimora al di là di quei cristalli di ghiaccio che, sospesi nell’atmosfera, vorrebbero annientare il sole.

Fa che il tuo amore divenga Leuce, splendida ninfa, e lascia che sia trasformata in pioppo bianco accanto alla fontana della Memoria dallo splendore di una Persefone che ancora non hai rapito.

Ruba il sacro fuoco di Estia e accendi la passione nei versi di Erato che erotica musa ti spinge tra le braccia di una bellezza della quale soltanto tu, spontanea emanazione in re diesis, puoi spezzare quelle catene che bequadro la legano alla terra.

Come l’aritmia e l’incoscienza, l’asimmetria e l’irregolarità. Come l’imprevisto e il disordine, l’inganno e l’illusione.

Vivi fratello mio, incorruttibile e intenso.




Impara a distillarti dai tuoi stessi fiori. Rendi amaro il tuo odore e fa che il tuo sapore sia ancor più crudele.

Angelica, melissa e veronica. Artemisia, anice, ginepro e issopo. Infine aggiungi laudano.

Lascia che chiunque vi si bagni le labbra.

Attendi, e lasciati ritrarre da un Degas ormai troppo vecchio per scorgere il louche voluto dalla diluizione.

In pochi sapranno svelare tutti i tuoi aromi ma fratello mio, chi vi riuscirà, vorrà vivere soltanto del tuo nettare smeraldo.

Fée Verte, sarai la più dolce delle condanne.

Absinth.

Continueremo a tessere ibride tele per quel mercante avaro di  momenti felici.
Noi come iridescenti arcolai, faremo della seta un tessuto per mendicanti  proni dinanzi a una vetusta memoria di marmo.
Non lasceremo che il freddo del ghiaccio ci nasconda il fuoco che ancora vivo gli arde dentro.

E anche quando sentirai che le forze ti stanno abbandonando, le membra intorpidite da un’inedia mortale e i pensieri che altro non possono se non continuare a percorrere una strada senza uscita, tu sarai certo che io ci sarò, come ci saranno ancora le lacrime e la pioggia o il sole e il suo dimenticato risplendere.
Continuerò a vedere ciò che senti, ad afferrarlo con mano ferma e sicura nel tentativo di privartene.
Questo dolore non voglio ti appartenga più.

Amico, fratello, continuerai a sospirare e a sorridere, danzerai e ti rattristerai, e la terra, mai sazia delle gocce di sangue che silenziose il tuo cuore non riesce più a trattenere, si commuoverà al tuo pianto e ti permetterà di dar vita a nuovi fiori che leggeri si schiuderanno col tuo primo respiro.

Sarà così che tornerai nell’immortalità, perché chi ha già vissuto di forma spettrale non rinuncia di nuovo alla magnifica sensazione di sentirsi vivo.

Assorto albeggiare per il giorno che sarà.
 

Vendere perline e regalare crack.
Prendere le cose come vengono o lasciarle passare.
Paura di sentirsi costretti a buttare via tutto e ricominciare.
Alberi. Alberi e pietre.
Le partite si giocano in due, barare da soli è triste.

Dondolo, in riva al mare. 
Il giorno corre via.

Il cuscino è scomparso.
Non ci sono, non ci sono nuvole e stelle.

Sentieri di montagna e spiaggia deserta.
Il velo si alza, vola a destra vola a sinistra, cade e si risolleva.

Rosso nel blu e lo scoglio è scomparso.
Ore a guardare il buio di un cassetto.

La sabbia sommerge e il vento nasconde.
Freddo nel lampo e nel sole.

Nell’esplosione di un onda si spegne tutto.