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Che tu sia ambra o petalo di luce, vago sentire o impertinente pensiero.

Che tu sia un sorriso, un bacio o un unico sguardo.

Che tu sia limpida acqua, cristallo d’oriente o leggero zefiro invernale.

Che tu sia la viziosa pupilla di uno stanco viandante o un mare di nebbia in cui affogare.

Che tu sia gladiolo, suono, aspra verità o inafferrabilità dell’agire. 

Che tu sia lama affilata, la violenza dell’onda o il dipinto di una sensazione.

Che tu sia tormento, ossessione o privazione.

Che tu sia un’immagine stonata o un canto dal cromatismo esasperato.

In realtà non importa cosa tu sia.

E non importa perché puoi essere ciò che vuoi.

Anche soltanto
un’inviolabile maschera nera.

 

E’ solo un modo di non sembrare, uno sciagurato spartito composto all’alba di un giorno stonato.

Solfeggio sgomento e pallida esecuzione.

E’ buio e tu non vedi, ma non puoi rifiutare perché l’irregolarità di quel desiderio è nata con te.

Instabile.

Non potevi afferrarmi perché non te l’avrei mai permesso, troppo attento a costruire anime di carta
e barchette da lasciar veleggiare tra i flutti assopiti
di una vecchia fontana.

Assurda imperfezione del delitto.

Felice e definitiva,
mi guardi attraverso lenti fatte di ipocrisia e falsità,
perché è tutto quel che riesci a ricordare
insieme a quelle parole che vuote ti scrutano nella confusione
di un pensiero smarritosi immemore:  

sulla cintura d’Orione.

Riodo acerbo il canto della pioggia e il suo bieco richiamo alla tenebra.

Nel dirotto riso sconfitto di un’assetata ossessione, uno spirito prezioso spande in infiniti teneri flauti quel lamento che tu mai conoscesti.

Tu, ladra di notti errabonde, rubi il vuoto dell’empireo e vivi della velocità della sua luce che limpidamente slegata dalla materia fruttifica in anime di vetro.

Nella tua trasparenza vivo la mia condanna come lo stridente suono di un’arpa sacrilega.

Non posso averti ma posso aspettare.

Eri lì, tra gli aromi e i colori di un mondo sconosciuto, girovagando nella caotica violenza sensoriale di un bazar o raccolta nella percezione della rara stabilità di una cupola ottomana.
Eri lì, tra colori pastello e toni acuti, rapita da due profondi occhi neri celati da un velo di fanatismo e crudeltà o ladra, a rubare volti che non incontrerai più.
Eri lì, bevendo un  tè dalla ricetta antica o scrutando curiosa un vecchio venditore.
Eri lì,  tra le gonne gonfie dei dervisci e il fascino di mura diroccate ad ammirare dove il Bosforo si apre e riempie l’orizzonte.
Eri lì, sdraiata tra pareti e colonne centenarie forgiate dal calore o nascosta da una nuvola di fumo dall’aroma speziato.
Eri lì, e io ti stavo accanto.

Forse è un miraggio o solo un brutto incubo.
Ma non ci sono qui minareti a indicarti se la strada sia giusta.
Ti sei persa.

Non ho ricordo di te fugace immagine.
Solo un sorriso confuso dopo una notte intrisa di vino e di carne.

Fragile, come un cristallo d’ardesia o un’idea scontata. Eppure quel frammento di memoria è rimasto, sfocando ogni altro dettaglio.
Curiosità. Ecco perché.

Ricostruire e delineare i contorni a partire da una sfumatura appena schizzata su una tela nervosa. Cercare lo stupore guidato dalla stessa esigenza che lega iridi e luce.

Non so nulla di te, neanche ti riconoscerei se ti incontrassi. Eppure ti cerco come il pittore cerca una delle infinite combinazioni di possibilità improbabili in grado di dar senso a uno strano dipinto.

Idealizzazione? Lo stupore non nasce dove quella trova spazio, perché esso si nutre di sapori, sguardi e profumi.

Dare importanza all’immaginazione e, ancor più, a una vista traballante in grado di sconvolgere forme e colori.

Non ho bisogno di chiudere gli occhi per vederti sbocciare, ombra dal volto incerto non ancora dischiusa.
E’ sufficiente un pensiero e lo sei già.

 

Fragilmente aptera. E’ così che ti trovai ammirando un cristallo di cenere umida.
Viaggiavi distratta da sfumature che non riuscivi a comprendere per la loro imperfezione.

Fu allora che ti presi per mano raccontandoti di una vita che caina tradisce splendidi incubi per sogni di inutili convinzioni. Decisi di portarti lontano da quel pensiero che cieco ti dipingeva come ti era stato insegnato a essere.

Volevo mostrarti cosa ci sia al di là dell’ipocrita visione degli occhi, permettendoti di affogare per un istante in quel mondo nascostosi alla fine del mondo, privo dell’inganno morale e di quelle poche astrazioni create per comparse destinate a morire in un inverno troppo breve per innamorarsi del freddo.

Pensavo di poterti condurre dove la notte non avrebbe potuto scorgerti se non per permettere alla Luna, ladra del dono del Sole, di sfiorare il tuo corpo, che nudo riposava tra i fiori di campo.
Credevo di guidarti lungo una strada dove ormai le parole sono tristi per non poter vivere una notte soltanto e poi essere dimenticate.
Non so ancora se mi seguisti o decidesti di divenire come Berenice,  luce di stella per gli uomini.
Ma io sono lì e attendo.
Lì, dove non vivono le farfalle.
 

Un cimitero di parole morte. Non volgere lo sguardo agli astri o ti ruberanno il respiro.

Immobile, affannato, stordito dall’impossibilità materializzatasi in una tenebra di pensieri accecati da una luce appassita.

Uno strano scherzo del fato, un lancio di dadi che mostrano soltanto facce vuote.
Millantatori di verità ignote, avete tradito la bellezza di un sorriso tentando di uccidere un’anima votata a occhi di cui rifiutate lo sguardo.

Il dolore mi affoga nella sua fiamma, ma come araba fenice rivivrò nella cenere, perché neanche il tempo, al cui giogo tutti soggiaciamo, cancellerà ciò che è stato.
Triste elitropia non dimenticare, perché io sarò qui, immerso in un cristallo che soltanto tu potrai un giorno scalfire.

A te, immutevole e diatona vestale consegno la mia vita.
 

Tu m’as tué, goutte de vernis, comme on tue une ombre ou le bruit.
Tu as empoisonné le soleil et cruellement transpercées mes nuages.

Tu as étranglé l’éternel mouvement de la mer
et condamné au gibet le troublant migrer de la pensée.

Tu as lapidée à fermés yeux une émotion
à laquelle j’ai essayé de accorder un sens
et poussée dans un abîme une floue conscience
de ce que aurait été.

Maintenant immobile
 
Demain cendre.

Pendant le reste de mes heures, noyé dans le vent

 

 

Tu mi hai ucciso goccia di vernice, come si uccidono l’ombra o il rumore.
Tu hai avvelenato il sole e crudelmente trafitto
le mie nuvole.

Hai strangolato l’eterno movimento del mare
e condannato alla forca l’inquieto migrare del pensiero.

 

Hai lapidato con occhi fermi un’emozione
a cui tentavo di dare un senso
e spinto dentro un abisso la sfocata coscienza
di quel che sarebbe stato.

Ora immobile.

 

Domani cenere.

Per il resto dei miei giorni,  affogato nel vento.

Dispare.
Ed è improbabile fermarlo.

Come un’assurda felicità trovata e gettata in un abisso di perversione e dolore, dispare.

Io, maledetto e incosciente.
Tu, sognatrice di realtà comuni e felici.

Dispare quell’ultimo sorriso che neanche ricordi.

Troverai quel senso dalla cui idea rifuggo ribelle ogni giorno.
E poi.
Ombre di saggezza ti sfioreranno la mente perché tu esisti e non puoi pensare altrimenti.

Dispare quell’agonia di giorni indecisi e notti mai spente.

Io, ipocrita cantastorie di avventure vissute soltanto per aver qualcosa da raccontare.
Tu, veste elegante di giorni scontati.

Dispare l’ultimo petalo di un chimerico fiore persosi in un settembre di foglie secche e miti assonnati.

E poi.

Dispare.
 

Nel dissonante ed eutettico incedere della temporalità vivi nella tristezza, come convinta che le parole siano
soltanto una distorsione d’onda causata dalla mente.

Ma queste parole sono tossiche, respirano , soffrono, si umiliano. Queste parole piangono.
Chissà come sarebbe stato incontrarti per la strada e non permetterti di leggermi l’anima.
I dadi lo dicevano, ti avrei vista senza riconoscerti.
E allora hai sconvolto tu i miei pensieri, dimostrandomi che erano realtà possibili.

Arroccato nella convinzione della loro improbabilità vacillavo ripetendo la stessa melodia,
nascondendola in forme differenti
ma pur sempre animate dagli stessi intervalli.

Nel disordine sei riuscita a trovare un senso,
riscrivendo questa dannata musica nel verso opposto,
quello che porta dal compimento all’idea stessa.

 

Ogni spartito ha un suo autore, l’unico capace di apprezzare
la singolarità di ogni nota.

E’ per questo che ti ho affidato il componimento di questa
folle sonata in mi minore.

 

Canone inverso, mi hai rapito con la poesia e la bellezza
della tua irregolare esistenza.
 

Forse resina, forse ambra, o forse ancora il tremulo bagliore di una notte ancora da visitare, un miraggio tra ghiacci disciolti e  luci del deserto.

Scelgo la candela, esco e vado in cerca di un fiammifero.

Nessuno dovrebbe avere il coraggio di accendere una candela con qualcosa di diverso da un fiammifero.
La candela è precarietà, è la precisa leggerezza delle dita di un pianista e del camminatore sui carboni ardenti.

Contrariamente alla credenza comune la candela ha un nemico peggiore dello spostamento d’aria. La campana di vetro, inibitrice di vita.

Ed è così che ogni volta, sotto gli sguardi degli astanti, tentati ogni momento di intervenire, si consuma la sua ultima eco di luce.
La bellezza di una candela morente tra dolcezza e asfissia.

Ma un giorno girovagando nel mondo ne scoprii una che giace sotto una campana da tempo immemore e ancor brucia.
E’ l’incanto del riuscire ad ardere senz’aria.

Chi la custodiva mi disse che è l’unica al mondo che si spegnerà soltanto il giorno in cui deciderà di avvampare in un solo istante.

E quel giorno non arriverà mai.