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Rido e non sorrido.
Guardo un mondo incredibile fatto di luci gravitazionali e suoni baricentrici.
Implodo su un sole troppo lontano per essere ammirato, innamorato della velocità delle nuvole.

E mi lego a un fragoroso applauso in caduta libera.

Gioco con l’aria colorandola con infinti fotoni metallici mentre nascondo il mio viso dietro ad una maschera perché non mi si veda.

Triste e vagabondo, di spezzate immagini vivo ogni giorno, solitario nella confusione di un eterno caos.

Sì, io sono un clown. E faccio raccolta di attimi.

Involontariamente inviolabile,
ineluttabilmente intenso.
Inespressa incognita.
Intimidisci.
Incomprimibile iniezione
infetti.
Incoerente, inesprimibile,
indiscutibilmente ingrato.
In intimità invalicabili
infili infide invettive.
Inerte, inesatto, ingordo.
Inchiodi.
Incolpevoli innocenti
incateni in interni infernali.
Industri.
Incestuosamente innato.
In innumerevoli incontri:

INGANNO.

 E’ un piccolo attore chi si astiene, nella teoria e nella pratica.
E’ un piccolo attore chi non sogna di vivere una società diversa.
E’ un piccolo attore chi parla, parla, parla. Parla e basta.
E’ un piccolo attore chi è sempre sospettoso nei confronti del prossimo.
E’ un piccolo attore chi si lamenta e piange e prega perché la sua vita è pietosa.
E’ un piccolo attore chi non rispetta il sacrificio degli altri e lo usa quando fa comodo.
E’ un piccolo attore chi non riesce a stare in mezzo agli altri e condividere le proprie idee.
E’ un piccolo attore chi non pensa.
E’ un piccolo attore chi non fa.

E’ un piccolo attore chi vive nell’ a priori.
E’ un piccolo attore chi resiste per espedienti.
E’ un piccolo attore chi è indifferente.
E’ un piccolo attore chi non ha pazienza.
E’ un piccolo attore chi aspetta che qualcuno risolva i problemi per lui.

E’ un piccolo attore chi non sceglie, non prende parte e non si sbilancia.
E’ un piccolo attore chi non riesce a sopportare i difetti degli altri.
E’ un piccolo attore chi rifiuta di prendersi delle responsabilità.

E’ un piccolo attore chi crede soltanto in se stesso.
E’ un piccolo attore chi ci mette il sorriso e nulla più.
E’ un piccolo attore chi inventa scuse pur di non fare un piccolo sacrificio.

E’ un piccolo attore chi non capisce che l’unione fa la forza.
E’ un piccolo attore chi si è convinto che anche sperare sia faticoso.
E’ un piccolo attore chi crede di perdere in divertimento stando un’ora ad ascoltare le parole degli altri.
E' un piccolo attore chi non capisce che il poco di molti pesa quanto il molto di pochi.

E’ un piccolo attore chi teme che mai nulla cambierà.

Se sei un piccolo attore, tieniti la tua soap-opera italo argentina, pensa che il divertimento sia al primo posto, occupati di te stesso, vivi felice la tua esistenza, continua a incolpare altri delle tue sofferenze e gratifica te stesso dei tuoi successi. Se sei un piccolo attore mangia meglio la domenica, fa’ che il calcio ti procuri grandi emozioni, non dichiarare mai i tuoi veri sentimenti, usa alcool e droghe per star più a tuo agio in mezzo agli altri. Se sei un piccolo attore recita nel sequel del tuo film preferito, aspira a fare grandi cose, sogna l’Africa, Cuba, il sud America. Se sei un piccolo attore fa che l’amore sia un’abitudine o un comodo rifugio, rispetta le donne al punto di non guardarle neanche una volta negli occhi o abusa di loro per dimostrare che vali molto più di quel piccolo attore che sei.
Quando sei un piccolo attore sogni l’Oscar perché vuoi essere il migliore dei piccoli attori.
Se sei un piccolo attore non smetterai mai di recitare, anzi ti ritroverai ben presto in pensione, se sarai fortunato da averne una, al bar circondato di quelle che crederai comparse ma che in realtà sono tuoi pari, piccoli attori.


Smetti di recitare. Fallo per te, per i veri attori, per i registi, per il pubblico.
Renditi utile, abbandona anche quel piccolo e ridicolo ruolo che ti hanno assegnato perché passavi da quelle parti per caso. Fa qualcosa di sensato, aiuta il mondo a cadere verso il baratro così che sia più facile per tutti rassegnarsi, invece di continuare a dare false speranze con il tuo mediocre e falso recitare.

E’ triste incontrare una persona onesta, corretta e dal libero pensiero e poi scoprire che in fondo si trattava soltanto di un altro piccolo attore.

Il lavoro sembrava semplice. Dovevo realizzare il progetto della mia strada.

Sulla mappa curve di livello altimetriche si rincorrevano sempre più l’une così vicine alle altre tanto da apparire d’asintotica forma. Impossibile che si sovrappongano. Uno stesso punto fisico non può trovarsi a due altezze diverse. La mia strada è proprio lì che dovrebbe passare, in quella zona dove l’erta diviene invalicabile.
Potrei girarci attorno, aggirare l’ostacolo per non affrontarlo.
Andargli contro significherebbe trovarsi su pendenze impossibili incatenate a una verticalità che non si può sconfiggere. Gravità maestra, che tiene l’uomo ancorato alla terra.
Servirebbero un paio di dedale ali, il sole non fa paura.
Oppure potrei scavar sotto quella montagna una galleria che dell’arco romano ha fatto il suo valore portante espandendolo nello spazio. Scavare significa però sottrarre materia originaria, ledere l’integrità del terreno che mi appartiene ed empirla di un vuoto assordante. No, non smarrirò me stesso.
Ed è così che tra limiti fisici, rifiuto dell’aggirare e ferma volontà di non sgretolare la mia umanità, cambio strada.

Scoprii allora cosa sia un punto di conflitto. E’ li che due traiettorie lontane collidono. L’incidenza delle gittate che tracciano il cammino di ognuno. E’ il punto dove ci si può urtare e dove la cortesia è un emigrante stanco in cerca di un asilo che non trova.
Antichi crocicchi luoghi di scambio e di incontro ora trasfigurati nella possibilità dello scontro. C’è la fretta, c’è l’impalpabile esigenza di dimostrare la propria forza ogni volta che ci si ritrova in un punto di conflitto. Soverchia e prepotenza. Distico inscindibile negli incroci delle nostre genti.
Decido allora di porre una lanterna. Ma non basta se ad essa non viene abbinate una telecamera che controlli il rispetto del loro segnale luminoso. Genti abituate a vivere di regole il cui ossequio va monitorato. Genti immature sulle nostre strade. E’ così che le lanterne vivono confuse la loro intermittenza. Ma altre genti sono possibili e con esse altre lanterne. Ci sono strade dove i colori dei semafori vengono disciplinati da microchip in grado di studiare i flussi di traffico e stabilire nel loro cuore metallico quale corrente ha più diritto di transitare. Redistribuzione della precedenza accordata al bisogno valutato sulla capienza e sulla coda in accumulazione. Una distribuzione della risorsa che tiene conto in un’ultima analisi di quale sia la strada più grande. E’ la precarietà dell’attesa di molti che si tenta di risolvere. Non l’esigenza di velocità massima e ininterrotta di qualche satrapo della strada.

Ed è la velocità che per prima dovevo regolamentare sulla mia strada, un parametro astuto e vigliacco, che rovescia i piani delle strade meglio progettate. La velocità inganna ed affascina legandosi ionicamente all’imprevedibilità del fato. Il limite della velocità, normalizzato da un’imponente macchina calcolatrice e legiferante è il limite oltre il quale molte esistenze vogliono spingersi, annodate a una temporalità immanente alla vita stessa.
Ciò che interessa sulle nostre strade in realtà è poter percorrere più spazio, perché lo spazio percorso restituisce la misura del proprio incedere. E andar più veloci sembrerebbe esser conveniente. Eccoci S=V*t. Quantitativamente è inconfutabile. Ma è il senso della quantità che vince sempre e comunque che voglio abbattere. Ed per questo che sensibilmente posso affermare che il tempo sia quadraticamente e inversamente proporzionale alla velocità: T=1/V^2. Se V raddoppia T diviene ¼. Ed ecco che lo spazio percorso ne risente. S=1/V. Più si va veloci più in realtà lo spazio diminuisce perché non si osserva, non si assapora, non ci si commuove, non si ascolta ciò che vive ed opera sulle nostre strade. Si diviene asettici, freddi, incapaci di percepire che la velocità è una pressa che schiaccia tutto ciò che incontra tra le morse dell’insensibilità e quelle di un’idolatre bellezza che vorrebbe le nostre strade percorse da individui che ignorano la sofferenza e le lacrime quando ci si imbattono. Sono troppo veloci e non riescono a vederle.
Fortunatamente la legge prevede che sui rettifili vengano poste delle curve in intervalli minimi a seconda del tipo di strada. Le curve servono a ridestare l’attenzione di chi guida.

Sulla mia strada volevo realizzare una curva. Credevo mi bastasse un compasso e lasciare che la strada fino a quel momento percorsa sfumasse nella memoria. Ma le curve non sono mai un arco di cerchio. Le curve sono figure tricentriche e retoriche chiamate clotoidi. Realizzare una curva impone di dover calcolare una quantità di dati inimmaginabili, tra diagrammi di visibilità e di sorpasso che si smarriscono tra raccordi verticali e cunette laterali per lo scolo delle acque. Una curva esige la capacità di saper deviare da un percorso tracciato in linea retta, un percorso costante ed egoista che non richiede attenzione al mondo. Percorrere una curva implica che ciò che è passato non sarà più visibile dal retrovisore e diverrà ricordo.

Ho sempre avuto paura delle curve. Sognavo spesso di essere quasi tornato a casa e cadere giù vorticosamente in un precipizio appartatosi al termine di una curva.
E’ lì che terminò il mio progetto. 
E mentre cado ricordo.

Eclissi

Ricordo la calibrata follia di una notte, il vento che fischiava un noto spartito pagano per ancelle vestite di fiori avvelenati e piume di fenicottero.
Ricordo la luna che incestuosamente bella illuminava la tristezza di chi muto la osservava incatenata a sorgere e poi tramontare, certa che un giorno sarebbe fuggita.
Ricordo il suono di un violino magiaro che moriva nell’aria densa di piccole lame e disegnava nel cielo le ceneri di un’araba fenice.
Ricordo i colori di un arcobaleno per ciechi e il curioso saluto di un bambino appena nato da un papavero.

E poi ricordo l’arsura di una giornata d’estate e la vista del mare che lentamente andava scurendosi, specchio del rabbuiarsi del cielo.

Non ho altro da ricordare, se non la tua immagine che avvolta dall’incerto susseguirsi di fatiscenti miraggi  mi anticipa la dannazione.

Prendete un secondo.
Contatelo da ora

Ora tentante di dividerlo in 555 parti uguali.
Riuscite ad immaginare un tempo così breve?

Quello è il tempo che impiega un'automobile che procede a 60Km/h a percorrere 3 cm.

Ora che la situazione è chiara riflettete su ciò che si prova quando ci si accorge di aver inchiodato a 3 cm da una parete di roccia mentre si procedeva a 60Km/h.

Un'intensa sensazione di vita. 

Vessazione.

Con violenza vede il vacante volto della vita.

Vilipendio verboso alla volgare vittoria, viurperio alla viscosa volontà di volere, veste la verticale versificazione del vagare.

Vigliaccamente vanta la vestibolare visione del vuoto vestigio del vincolo virulento che dalla velocità vuole la vertigine vinta.

E’ un vergine vizio di un virtuoso violino.

Villana voracità.

Vulnerabile vespro.

Vassalla verecondia che veglia sulla vergogna, con vigore vigila sul vagito di un vetusto vaneggiatore.

Vendetta, verniciata dal variato vaticinio di un vedovo valzer, volgi la vela al vento di un vate veneziano.

Vellica la vampa di un vulcano che venereo vara il villico verso.

Votivo vociare.

Vorticità e venerazione.

Vilume.

In Vera verità.

Un vezzo.

V.