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Dieci anni fa avevo 14 anni e gli esami di terza media appena conclusi lasciati alle spalle, così come dei pezzi di vita che non avrei più rivisitato.

Tornato dalla spiaggia sentii in televisione, quella piccola televisione che ho sul mobile nella casa del mare, che qualcuno a Genova era morto. A Genova c’era il G8. Non sapevo cosa fosse il G8, cosa fossero i manifestanti e cosa significasse manifestare, cosa fossero le cariche della polizia e cosa fosse la globalizzazione stessa.

Avevo 14 e non lo sapevo.
Col tempo ho scoperto che alla maggioranza degli italiani queste cose non interessano o non le capiscono, e che io a 14 anni avevo fatto inconsapevolmente il mio dovere di cittadino non cambiando canale e chiedendo spiegazioni. C’è chi si permette il lusso di non farlo neanche a quaranta.

Dopo qualche giorno scordai Genova, i cortei, il sangue, la polvere. La mia vita stava per cominciare. E tutto quel che avevo visto e sentito lo avrei lasciato dietro una curva della memoria.

Ma quella giornata di luglio era destinata a non scomparire così, nei pensieri di un bambino di 14 anni. Un paio d’anni dopo ascoltai quella magnifica canzone di Francesco Guccini, Piazza Alimonda che racconta Carlo Giuliani e la sua storia nella bellezza di una struggente e commovente poesia. Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso a Genova dalla polizia in circostanze che di spiegazioni ne danno ben poche.  Fu a seguito degli scandali scoppiati che il comandante della polizia di allora dovette lasciare il posto di lavoro. Per premio al merito e riconoscenza fu nominato a capo dei servizi segreti.

Piazza Alimonda con quella canzone mi entrò dentro, divenne un simbolo, il simbolo della violenza dello Stato sui diritti di pacifici manifestanti, della rabbia di chi ha scudi e manganelli  e del controllo dispotico esercitato sulla circolazione di idee, che questo mondo non lo dipingerebbero certo così.
Il simbolo del sangue, dei soprusi, delle torture incontrollate, tutte documentate da giornalisti italiani e stranieri, che di manganellate ne han prese anche loro.

Ce ne sarebbero di cose da raccontare, l’irruzione mascherata e la caccia all’uomo nella scuola Diaz dove dormivano molti manifestanti, il pestaggio di donne e di anziani, le torture in carcere dove uomini e donne furono lasciati in piedi 35 ore di fila senza potersi muovere o sdraiare, cagandosi nelle mutande, senza cibo e acqua, prendendo manganellate non appena stavano per cedere o cercavano di voltare la testa per guardare negli occhi i loro gli aguzzini. Una ragazza ha raccontato come le han fatto fare quattro piani di scale distesa, trascinandola per i capelli.

Questa democrazia televisiva che ci raccontano è una finzione. La partitocrazia anche è una finzione. Perché i partiti passano, le persone restano e sono sempre le stesse. All’epoca il ministro dell’Interno era Scajola che è quindi passato dal comandare ai poliziotti di sparare su delle persone che chiedevano pace, giustizia e fratellanza nel mondo, al non sapere di una casa al Colosseo nella cui storia erano implicati trafficanti edili e del Vaticano. Il popolo della libertà.
E non  dimentichiamo che l’economia è finzione perché in pochi hanno i mezzi per comprenderla davvero, al di là dello stipendio o del mutuo della casa, delle rate da pagare, dell’affitto, delle vacanze, dei risparmi per il cellulare, delle tasse. E’ l’alta finanza che governa il mondo, e non consente a nessuno di abbatterla.

Ed è così che tra egoismo e ignoranza, per me, Carlo Giuliani non è morto il 20 luglio 2001, non è morto né ieri né oggi. Carlo Giuliani muore tutte le mattine quando alla radio sento che siamo entrati in guerra e nessuno ci ha chiesto nulla, quando un nuovo ragazzo viene pestato e ucciso dalla polizia, quando sento parlare di crolli della borsa e di crisi. Come se il denaro mondiale potesse diminuire, cambia solo portafoglio e di certo non entra nel nostro.

Carlo Giuliani muore tutte le mattine quando qualcuno cambia canale.

Carlo Giuliani, 23 anni.

Carlo Giuliani, ragazzo.

Come ha detto uno degli scrittori più controversi del secolo scorso nonché uno dei più profondi, dei più crudi, dei più sinceri:
"La differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare."
Charles Bukowsky